Mi chiamo Davide Peddis e sono Professore Ordinario di Chimica Fisica all’Università di Genova e Ricercatore Associato di Classe A presso il CNR-ISM. Da oltre vent’anni mi occupo di chimica-fisica dei materiali, con particolare attenzione allo studio dei materiali magnetici nanostrutturati. La mia ricerca si concentra sulla relazione tra struttura, morfologia e proprietà magnetiche in sistemi a
bassa dimensionalità—nanoparticelle, eterostrutture core/shell, nanocompositi e ibridi funzionali—con l’obiettivo di modulare le loro caratteristiche per applicazioni che spaziano dalla biomedicina a diversi altri settori della scienza dei materiali.

Produco questi materiali magnetici in formato nanometrico attraverso vari metodi di sintesi “dal basso”, come sol-gel, poliol o decomposizione termica. Una volta ottenuti, li studio utilizzando tecniche che permettono di analizzarne struttura atomica e morfologia—XRD, TEM, SAXS, PDF—e proprietà magnetiche, grazie a strumenti come VSM, SQUID, Mössbauer e PPMS.

Nel corso degli anni ho coordinato e partecipato a differenti progetti interdisciplinari e internazionali. Tra questi, il progetto MineHeritage finanziato da EIT Raw Materials, che mira a valorizzare i residui minerari storici europei trasformandoli in risorse strategiche per il futuro. Qui ho contribuito allo sviluppo di nuovi approcci scientifici per il recupero di elementi preziosi da
antichi siti minerari, unendo sostenibilità, innovazione e tutela del patrimonio industriale.

Una parte importante della mia ricerca trova applicazione diretta nella medicina traslazionale. Molti dei materiali che studiamo nel mio gruppo sono utili in ambito biomedico: dall’ipertermia magnetica per il trattamento dei tumori alla drug delivery controllata e mirata. Mi affascina la possibilità di trasformare concetti di fisica dei nanomateriali, spesso percepiti come astratti, in strumenti terapeutici concreti. Fenomeni come l’anisotropia o le interazioni di interfaccia, se compresi e modulati correttamente, possono diventare leve fondamentali per nuove tecnologie mediche.

Durante la mia collaborazione presso il Vinča Institute of Nuclear Sciences, nell’ambito del  programma MagBioVin, ho partecipato a progetti dedicati allo sviluppo di nanoparticelle magnetiche per applicazioni mediche. Abbiamo studiato materiali per ipertermia oncologica, per terapie mirate tramite radionuclidi o farmaci, includendo test di stabilità biologica e biodistribuzione sia in vitro sia in vivo.

Trasferire scoperte scientifiche in applicazioni cliniche reali non è semplice. Le principali sfide riguardano la necessità di creare un dialogo efficace tra discipline molto diverse—fisica, chimica, biologia, medicina—che spesso utilizzano linguaggi e metriche differenti. Inoltre, esiste un complesso percorso regolatorio da rispettare affinché un materiale sia considerato idoneo all’impiego clinico, insieme alla sfida della scalabilità della sintesi: ciò che è semplice produrre su scala di laboratorio diventa molto più complesso da replicare in quantità maggiori con riproducibilità e sicurezza garantite.

Le potenzialità applicative dei nanomateriali magnetici in medicina sono ampie. Oltre all’ipertermia e alla veicolazione di farmaci, possono essere impiegati come agenti di contrasto per la risonanza magnetica, migliorando la qualità delle immagini, o come elementi per biosensori magnetici in grado di rilevare biomarcatori di malattie anche nelle fasi iniziali. L’ottimizzazione di anisotropia e accoppiamento interfaciale consente inoltre di progettare nanoparticelle con risposte magnetiche molto precise, utili nei trattamenti localizzati o nei sistemi diagnostici sensibili.

Questa disciplina si integra naturalmente con campi come la biologia molecolare, la biochimica e l’ingegneria dei tessuti. Quando materiali inorganici così piccoli incontrano cellule, proteine o membrane biologiche, possono instaurare interazioni selettive e intelligenti, aprendo possibilità che fino a poco tempo fa sembravano fantascientifiche. Le interfacce tra materiali e sistemi viventi rappresentano oggi uno dei terreni più promettenti della ricerca medica.

Una collaborazione interdisciplinare funziona solo se esiste chiarezza sugli obiettivi, comunicazione costante e rispetto reciproco dei diversi approcci scientifici. Per far avanzare la ricerca in ambito traslazionale servono inoltre infrastrutture condivise, laboratori attrezzati per analisi e test biologici, e un supporto regolatorio chiaro che permetta di attraversare tutte le fasi della validazione preclinica. È essenziale anche un dialogo costante tra università, industria e istituzioni, perché solo così le intuizioni di laboratorio possono trasformarsi in soluzioni utili per la salute delle persone.

Per avvicinare i giovani, e in particolare le giovani, al mondo della scienza, credo sia importante presentarla non solo come una professione ma come un linguaggio per leggere la realtà. Raccontare la scienza attraverso le persone—con le loro storie, passioni e percorsi—aiuta ad abbattere stereotipi e rende questo mondo più accessibile. Fondamentali sono anche le esperienze dirette: laboratori, visite ai centri di ricerca, attività pratiche che permettano agli studenti di sperimentare e “toccare con mano” ciò che la scienza fa. Spesso è da queste esperienze che nasce una passione autentica.

Il momento più gratificante della mia carriera è stato vedere una mia idea teorica prendere forma in laboratorio: concepire un modello, prevedere un certo comportamento magnetico e poi ritrovarlo realmente nel materiale sintetizzato, magari con sfumature inattese ma coerenti con la previsione. Il momento peggiore, invece, è quando la burocrazia rischia di soffocare la creatività e la curiosità, facendo sembrare le procedure più pesanti dell’esperimento stesso. Ma anche questi ostacoli fanno parte del percorso e ricordano quanto sia importante proteggere il tempo dedicato alla ricerca.

Nel poco tempo libero leggo soprattutto saggistica scientifica, filosofia e letteratura classica. Se dovessi salvare un solo libro, sceglierei La ricerca delle radici di Primo Levi, che intreccia scienza, storia e mito, mostrando quanto la conoscenza nasca dall’incontro di molte voci. Ascolto jazz, musica classica e rock d’autore: il jazz in particolare mi affascina perché, come la scienza, unisce struttura e improvvisazione. Tra gli sport seguo soprattutto calcio e atletica, con una predilezione per le discipline di resistenza, che trovo affini alla pazienza e alla costanza richieste dalla ricerca scientifica.